Matteo Corradini

pensieri. pensieri! pensieri?

Archivio per università

Due parole sull’animazione e l’università

C’è un fenomeno che non mi è del tutto chiaro. Una università che conosco ha organizzato un convegno (un convegnone, a dir la verità) sull’animazione. Docenti che parlano, qualcuno che fa laboratori. Il succo? L’animazione è importantissima e indispensabile e ce ne vorrebbe… Bene, buona notizia. Peccato che la stessa università in questi anni abbia tagliato senza misura fondi, risorse, personale eccetera dedicati all’animazione, ai laboratori, alle materie più intrigantemente collegate alla realtà del lavoro, della vita.

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Aggiornata l’area video

Con un po’ di ordine in più, con qualche novità, con qualche link diverso…

http://www.matteocorradini.com/dVideo.html

http://www.matteocorradini.com/dVideoInc3.html

http://www.matteocorradini.com/dVideoInc2.html

http://www.matteocorradini.com/dVideoInc1.html

http://www.matteocorradini.com/dVideoInt.html

http://www.matteocorradini.com/dVideoLab.html

http://www.matteocorradini.com/dVideoCar.html

tanto per cominciare

Cosa vuol dire andare all’università? Perché devo svegliarmi la mattina, uscire di casa anche con la nebbia, dopo un’ora di traffico parcheggiare l’automobile, oltrepassare la porta a vetri che (ormai l’ho imparato a spese della mia fronte) è aperta solo da un lato, salire le scale, entrare in un’aula, salutare, scostare senza svitarlo il leggio, ascoltare, ascoltare, ascoltare, ritornare a casa? Perché? Cosa è l’università per me?

Pubblicate le date dei lab in università

Università Cattolica del Sacro Cuore, sede di Piacenza
Facoltà di Scienze della Formazione
TECNICHE DI ANIMAZIONE - COMUNICAZIONE NON VERBALE
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I temi degli incontri
Incontro 1: L’espressione non verbale corporea – Opportunità educative
Incontro 2: L’espressione visiva e sonora- Le tecniche multimediali
Incontro 3: Il gioco educativo e le sue implicazioni – Esempi pratici
Incontro 4: L’importanza dell’ambiente in educazione – Creazione
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date
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GRUPPO 1
1.venerdì 22 ottobre 2010 – dalle 14e30 alle 18e30
2.mercoledì 27 ottobre 2010 – dalle 14 alle 18
3.sabato 30 0tt0bre 2010 – dalle 9e30 alle 12e30
4.venerdì 5 novembre – dalle 14e30 alle 18e30
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GRUPPO 2
1.mercoledì 1 dicembre 2010 – dalle 14 alle 18
2.sabato 4 dicembre 2010 – dalle 9e30 alle 12e30
3.venerdì 10 dicembre 2010 – dalle 14e30 alle 18e30
4.mercoledì 15 dicembre 2010 – dalle 14 alle 18

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E va bene: mi piacete

Oggi ricominciavano i laboratori in università dopo una lunga pausa. Sono stato in riva al torrente, a pensare, prima, a riflettere, a guardarmi da lontano. Quando vado lì, mi sento piccolo e la sensazione mi fa stare bene. Mi serve per ripartire, per stare in mezzo agli altri. Se sei piccolo, non ti vedono anche quando sei al centro dell’attenzione. Ho ricominciato i lab, dicevo. Ed eccoli lì, i miei studenti, con quelle facce a cui voglio una specie di bene da subito: mi avete incuriosito, lo devo ammettere. Spero di non essere stato troppo scanzonato o viceversa troppo duro. Mi avete affascinato. Insomma, siete molto diversi, avete storie ed esperienze uniche. E poi sono sempre convinto che il viaggio più misterioso, esotico e importante sia quello che compiamo oltre la pelle di un’altra persona. Figurati quando hai da conoscerne venti tutte d’un colpo.
Non si tirano le somme in alcuni anni, non riuscirei a tirarle comunque in tre incontri. Perché non è di somme che parliamo, ma di incontrarsi: non vorrei mai perdere il divertimento di farlo pensando a quali risultati arriveranno. Si continua, si procede, si va. Un po’ in riva al fiume, un po’ in questo fiume di gente da conoscere e a cui volere uno strano bene.

Ciao, università

E va bene, ho restituito le chiavi del mio ufficio. Ho camminato sulle scale seminando i pensieri. Davanti alle facce degli ultimi studenti, all’ultimo esame, sono stato impassibile e concentrato. Ma lì, lì con noi, c’eravate tutti. Tutti voi che ho incontrato in questi anni belli. C’era la polvere magica dei nostri momenti. Sono uscito dalla porta guardandomi indietro. Ho acceso il computer, ho cancellato le mie cose, il mio fondino, le mie impostazioni, ho preso le ultime cose, ho guardato quel nido rimasto dall’autunno scorso, oltre la finestra, attaccato non so come a due rami. Sono uscito. Il mio nome sulla targhetta non c’è già più da qualche mese.
E va bene, ora lasciatemi in pace, però. E invece eravate ancora tutti lì, nel corridoio. Ricordo tante di quelle ore da non ricordarmi nemmeno quante sono. Scappo. Scendo, passo davanti alle aule, alla mia aula, quella bella, con le vetrate e il prato fuori. Forse vi ho lasciato indietro, macché.
Riconsegno registri e documenti. Ecco fatto. Il mio cassetto di posta nel casellario è stato sostituito da settimane. Attraverso l’atrio, ripenso a certi laboratori, alle vostre facce. Prendo la porta a vetri, chiudo. Cammino come mille altre volte, ma questa è proprio l’ultima da professore. Ed eccola lì, c’è ancora in tutto il suo mistero: la mia aula prato. E lì vi vedo ancora, seduti nell’erba come fiori, a pensare, a pensare a quanto erano strane, anche, le cose che facevamo. Era bello, è stato bello. Passo oltre, forse ce la faccio, ce la faccio ad arrivare in macchina e mettere in moto, e fare manovra senza che nessuno se ne accorga. Senza che nessuno si accorga che sono commosso. Accendo, alzo la musica. Le parole della radio asciugano via tutto.

Il senso di Loredana

Ieri mattina in una scuola ho incontrato una classe di bambini di otto anni per un laboratorio di scrittura. Era la quarta volta che li incontravo, e ormai c’è una certa confidenza. Il gioco di ieri? Scrivere la propria biografia esattamente al contrario, raccontando l’esatto opposto della propria vita. Un bambino da primo banco (di quelli un po’ suonati), prima mi sorride con un bellissimo apparecchio, poi comincia a leggere il suo pezzo: «Mi chiamo Loredana, le calze di nylon mi pungono». Non riuscivo a risollevarmi dal ridere. Ci ho messo un po’ ad asciugarmi le lacrime e a ricompormi, e così per tutti gli altri. Quel bambino in due righe aveva già capito tutto, il senso di una cosa senza senso: entrare nei panni di chi non sei tu.
Ieri sera, alla fine di un laboratorio in università, una mia studentessa mi ha chiesto: «Ma che senso ha tutto questo, prof?» Nei miei lab non accadono mai cose normali, ormai la gente se lo aspetta e io di certo non mi attendo domande di questo genere. Eppure la questione mi ha spiazzato: di certo, è un bel quesito che porta a riflessioni e a paradossi. Io la vedo così: ogni volta che fai una cosa strana, diversa, anche senza senso, ma la fai con la sincerità di chi si osserva, di chi osserva le proprie emozioni, di chi si guarda come da fuori, sostituendosi per un secondo al proprio angelo custode, allora, ecco, in quel momento stai vivendo una buona occasione per capirti da fuori, per divertirti in senso letterale, forse etimologico, per mettere alla prova la tua pazienza, il tuo disordine. Un viaggio fuori da te stesso, per ritornare in parte diversi, in parte cambiati. Il senso delle cose senza senso è tutto lì. Ma può anche darsi che questo viaggio in verità non permetta una osservazione, e il nonsenso rimanga tale. E trasformarsi in Loredana non fa più ridere. Ci sto pensando.

Lonergan reloaded

Oggi è il giorno di Bernard Lonergan. Mi è stato chiesto di scrivere un intervento per un convegno (e per una futura pubblicazione) sul rapporto tra l’arte e il metodo di Lonergan. Ecco una parte dell’intervento. Impara l’arte e pubblicane una parte.
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MODO
Lonergan individua nel “modo” l’insieme delle relazioni interne che sostengono il lavoro dell’artista. Quale significato possiedono queste “relazioni interne”? Sovvertendo ordini, equilibri, processi naturali, l’artista scopre, riscopre o egli stesso crea legami nuovi tra gli elementi dell’esperienza. Con una espressione riuscita e per certi versi simpatica, Lonergan indicava che c’è «Una cosa dentro una cosa» . In più, dall’oggettivo si passa al soggettivo (lo si comprende meglio nel passaggio successivo). Dal naturale del mondo si passa all’innaturale dell’arte. Un modo diverso di relazionarsi con la realtà e di trovare relazioni inedite tra gli elementi della realtà rappresenta una caratteristica imprescindibile nella visione dell’arte di Lonergan.
Prima di essere un ponte con la realtà, l’azione mentale creatrice è un ponte tra il cervello e se stesso. La creazione è figlia della cultura e della storia ma, nel suo livello materiale, pratico, rientra semplicemente nel rango delle “comunicazioni”. La definizione di Henri Poincaré è proverbiale: «Creare consiste nell’ottenere nuove combinazioni e associazioni di elementi». L’azione creatrice è un transito di immagini, elementi, percezioni, da un lato all’altro del cervello: una azione che risente dei termini della comunicazione, a loro volta influenzati da caratteri culturali, sociali, educativi. Ma una azione, anche, leggera e sottile nella sua essenza di tramite: l’essenzialità dell’azione creatrice è la sua forza. Tra gli altri, Herbert Read dimostra come un maggiore e più intenso sforzo di creazione induca una maturazione anche a livello biologico: maturazione mentale e fisica sono legate da un filo più resistente e consistente di quanto crediamo. Distruzione, intensità, rielaborazione mentale delle percezioni, creazione: quattro passaggi per un viaggio dentro se stessi.
[...]
«Un uomo che non sa nulla di botanica non vede un fiore nello stesso modo in cui lo vede un botanico» , scrive Lonergan nella trattazione sul modo puro. Egli, che artista non era, ha osservato il mondo dell’arte con un occhio altro, con l’occhio della mente. Scrive infatti: «L’artista non può lavorare quando è agitato» . Nello stesso anno, Elvis Aron Presley (per tutti solo Elvis) diceva: «Non conosco niente della musica. Ma per quello che faccio io non è assolutamente necessario».

I miei studenti in corridoio

Lo sapevo che sarebbe successo. Oggi è giorno di esami, e avrei rivisto i miei studenti, che avevo salutato un mese fa, alla fine dell’università. Lo sapevo che sarebbe successo. Lo sapevo da quando ho chiuso la macchina e sono entrato in università. Lo sapevo da quando ho preso il registro degli esami per una delle ultime volte. Lo sapevo perché era nella mia aria, come un presentimento. Sono uscito in corridoio per vedere chi c’era, ed erano tutti là, seduti sul pavimento in fila come amici in salotto, in coda comodi aspettando il mio esame. Per terra: gli appunti pieni delle mie parole, schemi del mio libro: li ho leggiucchiati con la coda dell’occhio, facendo finta di niente, e mi sono meravigliato. Non credevo proprio di aver scritto quelle cose. Insomma, sì e no. Sì perché il libro è mio. No perché le parole sono state aggiunte e approfondite da loro, fino a diventare un materiale nuovo, pensieri diversi. Mi sono commosso, mi è partito un lacrimogeno dritto in testa e ho dovuto far finta di niente. Ne ho presi altri tre da esaminare. Entriamo, sorridiamo. Il lacrimogeno mi schiva all’ultimo momento, colpisce forse la parete e mi rimbalzerà addosso in un secondo momento, quando riprenderò la macchina per tornare a casa. Eccoli che si diradano, i miei studenti, un po’ per volta salutano ed escono di scena. Se ne vanno. Resto col registro in mano. Ora il corridoio è così vuoto da far paura: il rumore dei miei passi mi accompagna a casa.

Vendesi luoghi per ricordi felici

Vorrei poter tornare, almeno una volta all’anno, in tutti quei posti dove sto bene. Uno per volta li girerei tutti, avanti e indietro e fermandomi quanto basta per non rovinare il ricordo pur godendomi il presente. Chissà chi conosce la felicità. C’è chi dice sia veloce e sfuggente e vada colta quando passa, pena la sua perdita. Mentre penso che ogni volta che siamo stati felici, dentro di noi si è rafforzata l’idea che la felicità esista. Ogni momento di vera felicità porta serenità e speranza anche dopo, quando lo rammentiamo in un attimo buio. Dentro di noi ecco una luce, a volte anche solo un lumicino. I posti belli restano in noi, ce li portiamo dentro, li accompagniamo per il mondo, finché anche noi, un po’ per volta, ci tramutiamo in luoghi per ricordi felici. Ecco, quest’anno per me è un luogo felice. Voi per me siete luoghi felici.

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